“A tocchi a tocchi, la campana sona” (8/8)

8. Addendum. Se Atena piange, S. Elia non ride

Nella prima centuria bibliografica dei suoi Viaggiatori stranieri a Sorrento Benito Iezzi esortava «alla lettura, alla rilettura, alla lettura ulteriore ed all’ulteriore rilettura» delle opere di Norman Douglas, con speciale attenzione per Siren Land (1911). Tra le divagazioni storico-filosofico-letterarie magistralmente confluite nei tredici capitoli de La Terra delle Sirene (trad. ital. 1972) ci sembra di poter cogliere le coordinate geografiche e sentimentali entro cui dovette muoversi lo scrittore anglofono nella nostra Penisola: da una parte il suo naturale Finis terrae, Punta della Campanella, dall’altro non le «alture ispiratrici del Faito», dov’egli ascendeva per gettare uno sguardo d’insieme sul comprensorio del mito, ma Punta S. Elia, «ultima Thule della Terra delle sirene» e prima stazione di quel lungo percorso di mediterraneizzazione che l’autore intraprese a Napoli nel 1888 e concluse a Capri, per raggiunti limiti di età, nel 1952[1].


Sorrento, interno della chiesetta di S. Elia (26 sett. 2015)
Sorrento, interno della chiesetta di S. Elia (26 sett. 2015)

Ebbene, tra i piccoli edifici che ancora si distinguono nella coltre frondosa dei coltivi semi-abbandonati di S. Elia è l’omonima cappella[2], rifugio spirituale della passata comunità di contadini e pescatori: «The place is sufficiently venerable, as its Byzantine name indicates; and a few fragments of antique marbles among the masonry of this sanctuary show that, in still earlier ages, some Roman villa may have stood near this site. An ancient land…»[3]. Violando la sacralità del luogo si è oggi introdotto all’interno della stessa chiesetta un automezzo cingolato[4], che alla fatica della zappa rimedia con l’instancabile braccio metallico: affonda in Zona territoriale 1a del P.U.T.[5], interamente recepita dal Piano Urbanistico Comunale di Sorrento come TA: «Area di tutela dell’ambiente naturale». Quanto all’impalcatura ingentilita da cipolle intrecciate non resta che augurarsi, in assenza di obbligatorio cartello di cantiere, che essa sostenga un pur necessario consolidamento dell’importante organismo architettonico in virtù di almeno una della decina di Carte del Restauro a noi note, da Atene (1931) a Cracovia (2000).

Sorrento, 13 novembre ’15

Gaspare Adinolfi


[1] Cfr. da ultimo G. Adinolfi, Usque ad finem. Norman Douglas nella “Terra delle Sirene”, in Idem-F. Senatore, L’incanto delle Sirene, a cura di C. Pepe, Napoli 2014, pp. 95-114.

[2] Cfr. Filangieri, op. cit., p. 602. Per la restituzione grafica del manufatto rimandiamo a G. Esposito, Sant’Elia. Discesa ad un paradiso passato, Massa Lubrense 1995, pp. 21 ss. (rilievo del geom. E. Leonardi per conto dell’Archeoclub di Massa Lubrense).

[3] Douglas, op. cit., cap. VII, p. 122.

[4] Qui individuato fin dal 20 dicembre 2014.

[5] Rimandiamo pertanto all’art. 17 della Legge Reg. 27 giugno 1987 n. 35, che per la Tutela dell’ambiente naturale – 1° grado impedisce «ogni trasformazione del suolo (sbancamento, muri di sostegno, riporti etc.)» e prevede, per l’eventuale edilizia esistente a tutto il 1955, «il solo restauro conservativo» secondo le norme tecniche di cui al Titolo IV del medesimo Piano Urbanistico Territoriale.

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