“A tocchi a tocchi, la campana sona” (5/8)

In parvis magnitudo vitae: emergenze fauno-floristiche a margine del cantiere di Via Campanella (b)

Alla stregua di quanto è stato osservato a Cancello, nel passaggio in trincea della Via Minervia[1], anche qui, a monte di Fossa Papa, una pianta sottoposta a tutela affonda le radici nella viva roccia. Il litotipo è quello dei termini superiori dell’imponente blocco monoclinale di calcari mesozoici (Cretacico superiore), che nel suo versante a franapoggio – lo stiamo attraversando – presenta un’immersione a N/NW di una trentina di gradi[2]. È interessante notare come, sfruttando la naturale giacitura della stratificazione rocciosa, si sia intervenuto ab immemorabili per ricavare quelle lastre calcaree che, impilate le une sulle altre senza ricorrere a prodotti di allettamento, da cui l’espressione “a secco”, avrebbero assolto alla gravosa funzione di contenimento dei terreni come fossero sórte spontaneamente dal suolo. A riprova della perfetta integrazione ambientale di tale manufatto osserveremo diverse entità fauno-floristiche che negli interstizi dell’alzato murario hanno trovato stabile dimora. La murecina o mangiarina è sì il campo verticale dell’immancabile parietaria, invisa nella stagione dei pollini, ma anche di trifogli e vitalbe, di valeriane e violacciocche, di felci e muschi che, nel loro piccolo, assorbendo acqua con tutta la superficie del corpo vegetativo, trattenendola fino a 6-7 volte il loro peso a secco, svolgono un’importante funzione di contenimento del ruscellamento causato dalle precipitazioni meteoriche[3]. E poi ci sono gli animali, tra i quali si distingue un colubride tanto grosso quanto innocuo, il cervone (Elaphe quatuorlineata): con i mammiferi ungulati non spartisce alcuna parentela se non quella, prettamente leggendaria, del paio di corna che i contadini gli attribuiscono al compimento dei cent’anni di vita… traguardo solitamente negato al più lungo serpente d’Italia; a colpi di bastone.


Cervone (Elaphe quatuorlineata)
Cervone (Elaphe quatuorlineata)

Come che sia, il principale strumento urbanistico vigente sull’area di Punta della Campanella (“Piano Urbanistico Territoriale dell’Area sorrentino-amalfitana” – Legge Reg. n. 35/1987) riconosce il valore storico e culturale delle murature di pietrame e stabilisce che «i muri di sostegno dei terrazzamenti agricoli possono essere rifatti soltanto in conformità delle tecniche costruttive di quelli esistenti» (art. 34). In ossequio ai dettami del P.U.T. anche il Piano Regolatore Generale di Massa Lubrense, presentato nel 1988 e adottato nel ’92, recepisce in toto (art. 61) la prescrizione del Piano ad esso sovraordinato. A queste norme non potrà sfuggire qualsiasi intervento di «risanamento conservativo» ricadente in Zona territoriale 13 (“Riserva naturale integrata”) del P.U.T. o, ch’è lo stesso, in Zona L (“Riserva Naturale Integrale – Parco di protezione terrestre e marino”) del P.R.G. Val solo la pena di ricordare, finalmente, che per entrambe le zone la natura stessa del vincolo non prescinde dalla «presenza di flora spontanea caratteristica dell’ambiente e/o di alto valore botanico» (artt. 17 e 54).

Ciononostante, l’impunita ricorrenza degli incendi dolosi spiega, ripreso il cammino, l’evidente diradarsi della vegetazione spontanea, già orfana di presenze arboree o di arbusti a portamento arboreo[4]: può capitare che le fiamme percorrano questo areale a distanza di neppure un anno (5 nov. 2014 – 13 agosto 2015), tanto da mettere a dura prova i delicati equilibri che intercorrono tra piante e animali, sovente in simbiosi le une con gli altri, e da esporre i terreni calcarei alla caotica abrasione esercitata dal deflusso delle acque piovane. L’azione degli agenti atmosferici sulla roccia denudata dal disboscamento deve aver interessato l’intero S. Costanzo fin dal medioevo, se è vero che a quel tempo era noto come Monte Canutario[5].

Seguendo ancora il segnavia del Progetto Tolomeo si giunge al bivio moderno, cui si faceva cenno: qui il giallo cede il passo al rosso e al bianco del Club Alpino Italiano, che invita a portarsi sul crinale per la breve ma impegnativa ascensione alla S. Croce. È un delizioso calvario sulla Baia di Iéranto, che da questa parte si concede nella sua multiforme interezza.

A dispetto del primo storiografo di Massa, che in questo porto naturale vi contava «600 navi o Vascelli grossi»[6], al riparo dai venti del primo e del quarto quadrante, il Ministero dell’Ambiente istituiva nel 1997 l’Area Marina Protetta «Punta Campanella», ai sensi della legge quadro sulle Aree Protette n. 394/91. I benefici seguiti all’Istituzione sono sì sotto gli occhi di tutti, a patto che si indossi almeno una maschera da snorkeling: un affaccio sotto il livello del mare restituisce dignità alla Posidonia oceanica, non un’alga ma una fanerogama, cresciuta nei fondali per ossigenare l’intero ecosistema marino. Va da sé che gli ormeggi impediti dall’Ente gestore dell’AMP in Zona di riserva generale (Zona B), in cui ricadono sia Iéranto che Punta della Campanella, hanno agevolato la ricostituzione del posidonieto perduto a colpi d’àncora. Meno nota, ma altrettanto importante, è la funzione assolta dalle praterie sommerse di Posidonia rispetto alla terraferma: riducono l’impatto delle onde sull’arenile, limitandone l’erosione. E poiché il mare della Baia s’infrange soprattutto ai piedi della conoide detritica sprigionata dal monte S. Costanzo nell’ultimo periodo glaciale (Würm)[7], si troverà conveniente salvaguardare anche la nostra pianta bentonica.

Rinunciando all’Alta Via dei Monti Lattàri si scende alla Punta a traverso «percorsi substeppici di graminacee e piante annue dei Thero-Brachypodietea», che è l’espressione in codice (6220) con cui la surriferita Direttiva Habitat inquadra quel settore di Punta della Campanella dove più evidenti si mostrano le conseguenze di una gestione rapace della risorsa vegetale da parte dell’uomo[8]. Un’ulteriore degradazione di queste formazioni pseudosteppiche indirizzerebbe l’ecosistema verso cenosi tipiche degli ambienti desertici, obiettivo perseguito con cura dalle frange incendiare dei bracconieri locali, storicamente attratte dall’avifauna di passo. Tra gli uccelli che sospendono la rotta migratoria per un riposo tra i cespugli di lentisco merita di essere ricordata la quaglia (Coturnix coturnix), storicamente vittima di molteplici pratiche venatorie[9].

Sorrento, 3 novembre 2015

Gaspare Adinolfi


[1] Cfr. M. Russo, ‘Per viscera rupis. Vie pubbliche e private in galleria, in tagliata e in trincea di Surrentum’, in ATTA (Atlante Tematico di Topografia Antica) 13 – Viabilità e insediamenti nell’Italia antica, Roma 2004, (pp. 335-380) pp. 338-339 figg. 5 e 7.

[2] Cfr. A. Cinque – A. Starace, ‘Aspetti geologici’, in Natura mirabile, op. cit., (pp. 106-108) p. 106.

[3] Per una introduzione al riconoscimento della flora ruderale rimandiamo al saggio di F. Napolitano e C. Guarino, in M. Guida – A. Vallario (a cura di), Muri sorrentini. Geologia, storia, tecnica e rischio ambientale, Sorrento 2003, pp. 73-86.

[4] Come l’esemplare «colossale» di Euphorbia dendroides osservato da N. Douglas, La Terra delle Sirene,  op. cit., cap. VIII, p. 169.

[5] Cfr. G. Maldacea, Storia di Massa Lubrense, Napoli 1840, pp. 88-89, che dell’oronimo fornisce una verosimile spiegazione: «Canutario a cagione che in esso non possono vegetare alberi perché le acque portano al mare annualmente la sua terra». Ciononostante, saranno solo F. De Luca e R. Mastriani, che per il Dizionario corografico-universale dell’Italia (Milano 1852) curarono il vol. IV, parte I – Reame di Napoli, alla cui p. 555 rimandiamo, ad essere tenuti in considerazione dal maggiore storico di Massa: R. Filangieri di Candida, Storia di Massa Lubrense, Napoli 1910 (rist. anast. Napoli 1991), p. 47.

[6] G. B. Persico, Descrittione della Città di Massa Lubrense, Napoli 1644, cap. IX, p. 41.

[7] Cfr. L. Brancaccio, Note di morfologia costiera sulla cala di Ieranto presso Punta Campanella (Penisola Sorrentina), in “Boll. Soc. Natur. in Napoli”, LXXVI, Napoli 1967, pp. 255-269.

[8] Cfr. M. Ricciardi, ‘Lineamenti essenziali del popolamento vegetale a Punta Campanella’, in AA. VV., I Beni Culturali di Massa Lubrense. Contributo alla conoscenza, a cura della Sez. di Massa Lubrense dell’Archeoclub d’Italia, Castellammare di Stabia 1992, (pp. 99-111) p. 106.

[9] Cfr. ad es. M. Fasulo, Le caccie curiose. Le quaglie a Sorrento, “Le Vie d’Italia” (Rivista mensile del Touring Club Italiano), a. XXVIII – n. 10, ottobre 1922, pp. 1021-1024.

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