Massa Lubrense. Dal ritrovato paradiso terrestre al perduto paradiso di Scola

«And only the other day I found my way to a solitary group of houses called Scuola, a singular appellation which reminded me of that school of poets and philosophers which was imagined to lie near the promontory of Athenæum» (N. Douglas, Siren Land, 1911) 

I due brevi sentieri di Scola (ca. 250 + 375 metri), divisi dalla omonima rotabile, uniti nell’indirizzo, si inerpicano o discendono, rispettivamente, da Marciano (via Caselle) e Termini (via Roncato). Così pure si leggeva, in mappa, fin dalla pubblicazione  del “Progetto Tolomeo”, a cura del benemerito Visetti, nel 1991. Allora si pensò all’erta di Scola – introdotta da olivi terrazzati, imboscata da querce pubescenti, licenziata da allori beneauguranti – per la quadratura del cerchio, che poi era l’anello escursionistico passante, col giallo-celeste, per le frazioni di Santa Maria, Marciano e Termini. E così ancora si legge, non solo per camminare, nell’edizione ragionata ed illustrata di tutte le passeggiate possibili nella «Terra del mito di Ulisse, dimora delle Sirene» promossa nel non lontano 2001 dall’Ufficio Comunale per il Turismo di Massa Lubrense. Sarà solo con l’estensione progettuale ai sentieri di Sorrento e Sant’Agnello (2003), di cui un ennesimo foglio ripiegato dava conto, che a Scola più non si andava per il «circuito C2» ma per puro diletto; ovvero con l’ingenua suggestione di trovarvi non tanto «quella scuola di filosofi e poeti che, secondo la tradizione, sarebbe esistita nei pressi del promontorio di Minerva», ma, a proposito di alti magisteri, un pur possibile frammento del Paradiso Terrestre: «Le mattonelle hanno il fulgido splendore della perenne giovinezza» – avvertiva nuovamente Norman Douglas (1868-1952), intellettuale sensibile tanto alla toponomastica quanto alle opere d’arte. L’edenica fascinazione delle maioliche di Scola, realizzate nel 1779 per il canonico Saverio Stinca, agì sull’indimenticato poligrafo anglofono quand’egli, approssimatosi a quel «gruppetto di case isolate, che chiamano Scuola, con un nome curioso», di lì a poco guadagnava il fornice diruto della cappella di Santa Maria delle Grazie: «Chi si sarebbe sognato di trovare una simile fonte di delizia in quella piccola costruzione cadente e abbandonata, lungo una strada di campagna?». Partecipò quella gioia al Rolfe (1908), console generale inglese a Napoli, al principe D’Abro Pagratide (1909), ivi presidente del Museo Artistico Industriale, al conte Riccardo Filangieri di Candida (1910), autore della monumentale Storia di Massa Lubrense, nell’intento di evitare che quel «tetto cadente, attraverso il quale prosperano vigorosamente i cespugli, finisca per precipitare sull’austero giovane arcangelo e su tutte le meravigliose bestie del giardino». Nonostante la pregiata triade di corrispondenti e la neonata Legge circa le antichità e le belle arti (20 giugno 1909), l’annunciata «tragedia avvenne regolarmente», osserverà, laconico, il solito Douglas nei suoi deliziosi Biglietti da Visita (1933). E ciò basti a smentire gli esterofili del Nemo propheta in patria.


Legge circa le antichità e le belle arti
Legge circa le antichità e le belle arti (ex bibliotheca Solvitur Ambulando)

Riesumato ritrovato riproposto, in progresso di tempo, il «più spettacolare impiantito maiolicato figurato creato da Ignazio Chiajese per Massa Lubrense» – così lo specialista Eduardo Alamaro – si torna oggi a parlare del “Paradiso” di Scola; ma non per le terrecotte, bensì per le terre… tolte.

Siamo dunque sulla antica mulattiera orientata a Termini, lungo la costola di arenarie mioceniche che, spezzata solo dalla Via Nastro d’Oro, mette capo all’estremo villaggio lubrense: «la falda calcarea, che gli è immediatamente sottoposta, e che scende a bagnarsi nel cratere [scil. Golfo di Napoli], Roncato denominano gli abitanti». Sull’opposto versante, quello meridionale, non bastano i Cenni geologici sul tenimento di Massa Lubrense del conte Michele Milano (Napoli 1820) per realizzare un autentico scherzo orogenetico: si tratta del sovrascorrimento della successione carbonatica sui terreni flyschoidi, cioè l’accavallamento di rocce sedimentarie più antiche (carbonatiche) su altre più giovani (terrigene). Va da sé la suscettibilità strutturale del blocco mesozoico – qui rappresentato dalla tenace «pietra viva» – sopra formazioni sì sedimentarie, ma che rimontano alla successiva era geologica, il Cenozoico, com’è per l’arrendevole  «prèta ’e Massa»: a non tenerne conto, la memoria scivola al febbraio del 1963, quando, innescato da gran copia di piogge, un interminabile fenomeno franoso interessò tutto il pendio alle spalle di Termini, dalle Tore a Marina del Cantone. Si noterà che il paradiso di Scola, quale che sia, insiste sulla stessa infera roccia della scampata tragedia di Nerano.

Intanto, almeno sulla carta – “Strade e sentieri” della Città di Massa Lubrense (2013) – la via maestra delle riggiole lubrensi conserva tanto il blasone di un passato remoto – evocato dal toponimo stesso – quanto la traccia, graficamente inalterata, dell’ancóra più antico, e imperdibile, collegamento prediale.

Sorrento, 17 luglio 2013

Gaspare Adinolfi

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