La scalea del monte S. Costanzo

«Ci fu un tempo in cui ogni villaggio dové scegliersi il suo santo. A Termini capitò Costanzo, un santo sportivo, che già aveva dato prova di ardimentoso apostolato addirittura navigando, su una botte e anche su una noce, dall’Eusino al golfo di Napoli: capita anche questo, quando lo scirocco si accorda col libeccio… Allora il presunto Patriarca di Costantinopoli (sec. VII) approdava su una spiaggia, a Capri, appena in tempo per allearsi con san Severino, forse patrono primo dell’Isola, certo provato per il gran daffare. Di lì a breve anche il Secondo completò la sua iperbole terrena: fu stipato in una basilica fatta apposta, poco sopra la Grande Marina.

È noto che i templi amplificano le preci: quelle degli isolani toccarono san Costanzo nel più alto dei cieli, costringendolo a ricambiare cotanta devozione o, perlomeno – ché le cose non vanno disgiunte –, tanta profusione di nobili materiali chiesastici. Sicché Egli si diede a scacciare orde e orde d’infedeli, rigettando i legni saraceni a forza di marosi… Vasta eco alla possanza del Santo si levò poi nel 991, anno di grazia per il corsaro Boalim, intento a razziare da un capo all’altro la Campania rivierasca.

In progresso di tempo, e per giusta causa di servizio, il nome del Nostro passò alla parte continentale della Terra sireniana, anzitutto dove la linguaccia biforcuta di Massa Lubrense si zittisce, credeteci, nelle mitiche acque dell’Ateneo. Il traghetto, a conti fatti, avvenne a bordo di qualche scafo da corallo, che a quei tempi illuminava gli abissi e faceva sbarcare il lunario. Via terra però incalzava san Cataldo, altro santo di conseguenza, e allora si andò al ballottaggio. Qualcuno si vendé per poco, tant’è che il patrono di Capri la spuntò sull’omologo tarantino per un pezzo di pane, relegandolo a Massa centro. Così la tradizione.

Intanto scurava notte e il sant’Ospite, a fronte di tante benemerenze, non aveva ancora un tetto. Qualcuno pensò di accomodarlo in paese, ossia al civico 38 dell’odierna Via Campanella, ma Costanzo non ne volle sapere: santo sì, ma fesso per niente. Volle il luogo più ameno. Ci andò pensando… scartata Fossa Papa, panoramica sì, ma proprio un mortorio, poteva starci la punta della Campanella, che già era andata a pennello alla Divina «dagli occhi azzurri»; ma allora vi praticavano i militi, di guardia nella torre. A Mitigliano sarebbe stato una bellezza, abbracciato dai vigneti imperiali, se solo i Neri di san Benedetto avessero sloggiato… Sicché rimaneva il giogo bicipite del Canutario: c’era già una traccia viaria, qualche rocco di colonna qui e là, caccavelle avanzate da pasquette bizantine: alla fine bastava cambiare il nome alla montagna ed il trasloco era fatto!

In una notte, secondo la leggenda, la fabbrica era in piedi: costrutta dal santo stesso che, dalla sera alla mattina, ma non poteva immaginarlo, assurse ad idolo dei fràvëcaturi più intraprendenti…


Monte S. Costanzo
Termini. Monte S. Costanzo

Lassù s. Costanzo avrebbe veduto assieme tutte le grazie di Dio, che a sua volta fu Ottimo Mastro; ecco come: aggraziò la roccia delle rudiste affinché le falde si chinassero nel verso giusto, quello del pellegrino. Affidò alla terra, assieme all’olivo di Minerva, ogni essenza arborea che avrebbe rinfrescato le canicole penitenziali, che alitavano da Iéranto. Il resto fu il solito gioco prospettico: vuoti e pieni alternati con sapienza, unghiate di forre su muscolose dorsali, tutto serrato in una morsa di blu. Sull’opera d’arte, alla fine, non lesinò un’abbondante mano di smalto: infuriò ’o viento ’e terra, cioè la tramontana, e tutto fu pronto per la contemplazione dei mortali.

È chiaro ormai che a san Costanzo piace patrocinare dall’alto, dalle regioni alpestri; tra l’altro come sempre s’è fatto per rintuzzare eventuali accidenti. Quelli passati venivano da mare, si sa, gli odierni, invece, via terra. Negli anni Sessanta del secolo scorso la carrabile dell’ENAV (Ente Nazionale di Assistenza al Volo) turbava la pace del Santo. Fu solo la prima botta. Il disegno sacrilego indirizzò alla vetta gemella, detta La Croce: la spuntarono per allocarvi il radiofaro. Allora il Santo si prese collera, e legò un nodo alla ferula pastorale. Lo slegò in un’algida serata del ’73, così anticipando a miglior vita dieci cristiani di sopra Mitigliano. Non era la prima volta che, offeso malamente, il Santo dei terminesi fu costretto a «scuotere le catene» per richiamare all’ordine.

Da quella volta calò un silenzio riparatore. Ma la memoria, proprio come la pietra, a volte slitta; e tira brutti scherzi: il rettifilo marzolino per la cappella, che di fatto ha sepolto la scalèa medievale (!), lunga la dice sull’azzardo compiuto: basteranno gli alberelli per gli ultimi nati a rabbonire san Costanzo?»

G. Adinolfi, Massa Lubrense – Termini. Nuova profanazione al S. Costanzo: manomessa la scalea medievale, in “Agorà” (Settimanale di informazione e cultura), a. XII, n. 453, 3 aprile 2010, p. 15.

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